Salgado porta ad Assisi il grido di dolore dell’Amazzonia

ASSISI – Il profilo dell’indio proiettato sulla facciata principale della Basilica Superiore di San Francesco è il respiro del mondo. Ma quello che Sebastiao Salgado ha portato ad Assisi è un mondo ferito, un mondo che chiede aiuto: la colonna sonora di Aitor Villalobos, che accompagna la sequenza delle immagini, tutte in bianco e nero, tutte inedite, che scorrono, una dopo l’altra, sullo sfondo marmoreo della Basilica, sottolinea il grido disperato di una terra martoriata, devastata dall’uomo e dalla sua incessante brama di ricchezza.

Non poteva esserci chiusura più intensa, emozionante e partecipata per l’edizione 2019 del “Cortile di Francesco”: la conversazione tra il più grande fotografo contemporaneo e il Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, moderata dall’editorialista del Corriere della Sera, Paolo Conti, rapisce l’attenzione degli spettatori fin dalle prime sillabe. Il prato antistante il sagrato della Basilica è gremito, nonostante la pioggia, che rende la tiepida serata umbra di fine settembre umida e appiccicosa: sembra quasi che l’atmosfera della più grande foresta tropicale del pianeta si sia trasferita come per magia in quest’angolo d’Italia.

Salgado sceglie di parlare in francese, la lingua che padroneggia meglio, oltre al nativo portoghese (“Il mio italiano – esordisce, scusandosi – è ancora troppo povero”), e la sua è una narrazione accorata, diretta, nitida. Come ognuna delle sue foto. Bianco o nero: non c’è spazio per il grigio, non c’è più tempo per l’indecisione e per l’inerzia: “Dobbiamo agire tutti insieme, ora. Ciò che sta avvenendo in Amazzonia è il più grande dramma per il pianeta. La distruzione della foresta ha subito un’accelerazione brutale, che ha portato alla perdita del 19 per cento della sua superficie”.

L’Amazzonia è la più grande foresta pluviale al mondo, con una superficie totale di circa 5,5 milioni di chilometri quadrati – più o meno sedici volte l’Italia intera – che si trovano per più del 60 per cento in territorio brasiliano. È uno degli ecosistemi più ricchi al mondo ed è fondamentale, tra le altre cose, per la rimozione di anidride carbonica nell’atmosfera (ne assorbe 2 miliardi di tonnellate all’anno) e per il suo ruolo centrale nel rilascio di vapore acqueo, che determina poi la quantità di piogge e di conseguenza regola le correnti oceaniche e le temperature globali.

Eppure, negli ultimi 15 anni, ne è scomparso più di un milione di chilometri quadrati: è come se dal mappamondo fossero state cancellate la Francia e la Spagna. Un crimine che nella visione di Salgado ha un mandante preciso, e un movente altrettanto chiaro: “La foresta amazzonica è un ambiente tropicale, umido: impossibile che bruci da solo. Ciò che sta accadendo è il risultato della politica del presidente brasiliano Bolsonaro, che incentiva le coltivazioni di soia e gli allevamenti – sottolinea Salgado – e permette agli agricoltori di strappare alla foresta enormi porzioni di superficie arborea. La foresta brucia soltanto intorno ai siti agricoli, non altrove: e lì ho visto con i miei occhi immagini terrificanti, con giganteschi caterpillar legati tra loro da enormi catene che entrano nella foresta e abbattono gli alberi uno dopo l’altro, al ritmo di duecentomila ettari al giorno. E’ il risultato di una visione economica totalmente distorta, di un’economia predatoria, dove tutto quello che si ritiene necessario viene semplicemente conquistato, senza alcun rimorso e senza riflettere sulle conseguenze e sui danni, ambientali e sociali, di un comportamento del genere. Noi, al contrario, dobbiamo necessariamente rivedere questo modello economico, adottandone uno che sia economicamente ma soprattutto eticamente sostenibile”.

Parla tutto d’un fiato, Salgado, interrompendosi solo una volta, alle 20 in punto, quando le campane della Basilica Superiore suonano per l’ultima volta nella giornata: “E’ una musica bellissima!”, esclama, con la voce incrinata dall’emozione.

Il pubblico ascolta rapito un uomo che nella vita ha scelto di esprimersi attraverso le immagini ma che sa dosare perfettamente anche le parole: “Non dobbiamo pensare a difendere l’Amazzonia solo perché adesso va di moda: dobbiamo farlo perché non possiamo pensare che quello che accade lì non abbia conseguenze negative su tutto il pianeta. Il mondo è un unico diapason, noi respiriamo tutti la stessa aria, e il 25 per cento dell’ossigeno che abbiamo a disposizione proviene dall’Amazzonia, il cui ecosistema è fondamentale non solo per il Sudamerica, ma per tutto il pianeta. La metà delle precipitazioni dell’intero continente è il prodotto dell’evaporazione dell’umidità attraverso la traspirazione degli alberi, capaci di riciclare le correnti umide dell’Atlantico, e se la deforestazione non viene fermata genererà un enorme squilibrio, del quale non conosciamo ancora le conseguenze”.

Al colossale “Progetto Amazzonia” Salgado ha dedicato gli ultimi sette anni della sua vita e della sua carriera: le foto presentate ad Assisi faranno parte di una mostra che verrà inaugurata, in contemporanea a Roma, Parigi, San Paolo e Rio de Janeiro, solo nel 2021. E’ l’ultimo grande lavoro, in ordine di tempo, del fotografo brasiliano, che nel corso della sua prestigiosa carriera si è già dedicato a tre grandi progetti di lungo periodo: nel 1993, con Workers, ha documentato le vite invisibili dei braccianti di tutto il mondo; nel 2000, con Migrations, ha offerto un tributo alle migrazioni di massa causate dalle carestie, dai disastri naturali, dal degrado ambientale e dalla pressione demografica, mentre Genesis, pubblicato nel 2013, è il risultato di una spedizione di otto anni alla scoperta di montagne, deserti, oceani, animali e popolazioni che, finora, si sono sottratte a qualunque contatto con la cosiddetta società civile.

Terre e vite incontaminate, come quelle degli indios ritratti in Amazonia: “Lavorando a questo progetto – conclude Salgado, prima di lasciare la parola al Cardinale Ravasi e poi alle sue fotografie – ho incontrato alcune tribù di indigeni che abitano l’Amazzonia. Prima dell’arrivo dei portoghesi nel continente sudamericano erano più di 5 milioni, ora ne sopravvivono 310mila: una catastrofe demografica di proporzioni indicibili. Gli indios superstiti appartengono a 168 gruppi etnici diversi, 103 dei quali non hanno mai avuto alcun contatto con l’uomo. Il nostro retaggio, la nostra preistoria, è tutta lì, in quegli uomini e in quelle donne, in quei bambini e in quei guerrieri, che rischiano la vita ogni giorno per difendere la propria terra”.

Le ultime parole del fotografo si odono a fatica, sovrastate dagli applausi, gli stessi che precedono l’intervento del Cardinal Ravasi: “Mi piace pensare – esordisce il Presidente  del Pontificio Consiglio per la Cultura – che le immagini che Salgado ha scelto di proiettare sulla facciata della Basilica di San Francesco costituiscano una rilettura del Cantico delle Creature: proprio qui, ad Assisi, dove quasi ottocento anni fa Francesco celebrò il mondo come un unico organismo vivente. Con le fotografie di Salgado la voce di Francesco si concretizza, in qualche modo, nuovamente visibile, proprio sulla facciata principale della sua chiesa”.

L’immagine antropologica dell’Amazzonia, attraverso le parole pronunciate e le foto scattate da Salgado, trova conforto nell’interpretazione del Cardinal Ravasi: “Quando consideriamo la terra nella sua duplice dimensione, di natura e di creato, ci riferiamo sempre all’Amazzonia come al polmone del mondo. Ecco, questo polmone, oggi, è minacciato da pericolosi focolai d’infezione: gli incendi, la deforestazione, sono tutti segnali di degrado, e se pensiamo alla terra come al corpo, e all’Amazzonia come al suo polmone, comprendiamo bene quale sia il pericolo che il mondo corre, cioè quello di non riuscire più a respirare”.

Non è un caso che tra pochi giorni, ad inizio ottobre, il Vaticano ospiterà proprio il “Sinodo per l’Amazzonia”, fortemente voluto da Papa Francesco, che già lo scorso anno, in occasione del viaggio apostolico in Perù, a Puerto Maldonado si rivolse così agli indigeni: “Probabilmente i popoli originari dell’Amazzonia non sono mai stati tanto minacciati nei loro territori come lo sono ora. L’Amazzonia è una terra disputata su diversi fronti: da una parte, il neo-estrattivismo e la forte pressione da parte di grandi interessi economici che dirigono la loro avidità sul petrolio, il gas, il legno, l’oro, le monocolture agro-industriali; dall’altra parte, la minaccia contro i vostri territori viene anche dalla perversione di certe politiche che promuovono la “conservazione” della natura senza tenere conto dell’essere umano e, in concreto, di voi fratelli amazzonici che la abitate”.

Quello di ottobre, dunque, sarà un altro passo deciso in una direzione precisa, quella intrapresa dal Santo Padre, della “ecologia integrale”, che sia in grado di guidare l’economia del futuro verso un mondo più giusto e solidale, un mondo volto alla tutela del bene comune, che possa guardare al futuro senza dimenticare il passato, ma, anzi, faccia di tutto per salvaguardarlo.

Distruggere l’Amazzonia, annientarne la biodiversità, permettere l’estinzione delle popolazioni indigene equivarrebbe a cancellare la nostra storia. Perché l’Amazzonia siamo noi.

 

 

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